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Good Travelling - Sotto il cielo della Mongolia

Good Travelling - Sotto il cielo della Mongolia

I blu intensi striati da ampie nuvole bianche (Mongolia significa “terra del cielo blu eterno”), territori sconfinati e spazi immensi e silenziosi, il Nomadismo e le Ger, una cultura ricca di storia, i cavalli e lo sciamanesimo: come non innamorarsi a prima vista di queste terre? È quello che è successo a Francesca che, dopo un primo viaggio in Mongolia alcuni anni fa, sta programmando di ritornare. In queste pagine ci spiega perché.


Prima di organizzare un viaggio, mi piace documentarmi non solo con le classiche guide turistiche ma anche leggendo libri sulla storia, la cultura e le testimonianze dirette di chi ha vissuto in quel paese. La Mongolia mi ha attirata fin da subito per gli spazi immensi e sconosciuti, le dimensioni di queste steppe sconfinate, il nomadismo delle popolazioni e la sua storia: quella di Gengis Khan, fondatore dell’Impero Mongolo, della via della seta che partiva dalla mia città, Venezia, e di Marco Polo.



DALLA CAPITALE AL DESERTO DEL GOBI

L’itinerario che mi ha proposto l’agenzia specializzata a cui mi sono rivolta partiva dalla capitale, Ulan Bator, e andava verso sud, fino ad arrivare al deserto del Gobi, al confine con la Cina. Un viaggio di questo tipo richiede sicuramente un grande spirito di adattamento, per tanti motivi: il clima è molto inospitale, soprattutto quando ci si avvicina al deserto, con una forte escursione termica notturna e temperature che scendono di parecchi gradi sotto lo zero. Anche il territorio talvolta pone degli ostacoli: un fiume improvvisamente in piena che non può essere attraversato, una forte pioggia che costringe a fermarsi, un allagamento, gli spostamenti spesso difficoltosi. E poi il cibo, tipico dei paesi molto freddi e delle popolazioni nomadi, poco vario e molto grasso: tanta carne, di pecora, di montone, di capra, di cammello e di yak; ravioli al vapore ripieni di carne; zuppe con noodles, carne di montone bollito e patate; molto latte – l’airag, il latte di giumenta fermentato, è la bevanda forse più diffusa insieme al tè salato, servito a colazione e a merenda – latticini, yogurt e formaggi, praticamente nessuna verdura, spezia o frutto, se non quello che riescono a portare con sé dalla capitale gli organizzatori del viaggio. In compenso l’ospitalità della gente, superata un po’ di diffidenza iniziale, è favolosa, quasi a voler compensare la durezza del clima e della natura, sicuramente predominante rispetto all’uomo: qui i bambini imparano ad andare a cavallo prima di camminare e non è raro vedere cavalli, mucche, asini e altri animali che si abbeverano alla stessa fonte, in piena libertà, senza vincoli e restrizioni. I cavalli mongoli che corrono nella steppa leggeri e velocissimi sono forse il simbolo più immediato della libertà e dell’immensità degli spazi di questo Paese.



IL VIAGGIO

Gli spostamenti avvengono con i fuoristrada lungo piste tracciate ma ugualmente deserte: ho viaggiato per ore senza incontrare anima viva attraverso territori sterminati, immobili, silenziosi. Poi improvvisamente, quasi dal nulla, compare un villaggio di ger, il nome che i mongoli danno alle yurte turche, dove queste tribù nomadi vivono e con le quali si spostano.

Anche i turisti vengono accolti in queste strutture circolari di diverse dimensioni formate da pali e vari strati di feltro: al di là della capitale, infatti, dove oggi si trova un’ampia offerta di hotel e ristoranti internazionali, nel resto del paese la ger è l’unica forma di ospitalità prevista. Ma non bisogna immaginarsi le tende a cui siamo abituati noi quando andiamo in campeggio: le ger sono veri propri monolocali arredati di tutto punto, con credenze, stufe, quadri, tenute in ordine e pulitissime. Quello che colpisce è vedere con quale velocità e grande manualità riescano a smontare tutto per partire. Nel giro di un’ora tutto è caricato perfettamente su carri trainati da cavalli o asini oppure su più moderni camion, pronti per muoversi verso un’altra terra. Del resto queste popolazioni sono a tutt’oggi nomadi e abituate a spostarsi da una zona all’altra del paese vivendo di pastorizia.

Pur tuttavia, hanno saputo integrare le loro tradizioni con alcune comodità dell’era moderna: ho visto tende con la parabola e i pannelli solari, e famiglie spostarsi in moto con il sidecar al posto dei cavalli.



COSA VISITARE

Una meta obbligata è senza dubbio l’antico sito imperiale di Karakorum, fondata nel 1236 da Ögedei Khan, figlio di Gengis Khan e per una trentina d’anni capitale dell’Impero. L’area archeologica fa parte del paesaggio culturale della Valle dell’Orhon, dal 2004 patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. Si possono visitare le rovine dell’antico palazzo imperiale e il magnifico tempio del monastero buddista tibetano di Erdene Zuu, delimitato da una cinta muraria enorme, 400 metri per lato con 108 stupa (un monumento buddhista che serviva per conservare reliquie) e circondato da numerosi edifici religiosi, costruiti nell’arco di tre secoli con differenti stili architettonici.

Nel 1500 il buddismo lamaista tibetano divenne religione ufficiale della Mongolia, c’erano più di mille monasteri, la gran parte dei quali venne distrutta nel 1937 dai russi. La religione buddista prese piede in un popolo che osservava il Tangrianesimo, un misto di sciamanesimo e animismo molto interessante, un culto degli elementi naturali, in particolare il cielo e degli animali selvatici; sono bellissime ad esempio le descrizioni del rapporto tra i cavalli e i lupi che si trovano in letteratura.



VERSO NORD

Il desiderio di tornare in Mongolia è forte, ci sono ancora tante zone che mi mancano da visitare. Mi piacerebbe ad esempio vedere gli uomini renna, gli ultimi valorosi guardiani di un tempo e di questa etnia millenaria, nomade e di origine turca. Oggi se ne contano solamente 50 famiglie. I Dukha, conosciuti come Tsaatan in lingua mongola, sono il popolo della taiga o, come loro stessi amano definirsi, i cavalieri delle renne. Vorrei organizzare il viaggio ai primi di luglio, per assistere al Naadam, una sorta di Olimpiade che si tiene dall’11 al 12 luglio, anniversario della Rivoluzione Mongola del 1921 e dunque grande festa nazionale. Si tratta della seconda Olimpiade più antica del mondo, le cui radici risalgono a circa 3000 anni fa e in cui vengono praticate la lotta libera tradizionale mongola (il Khapsagay), la corsa ippica – a cui partecipano anche bambini piccolissimi che si lanciano nella steppa con grande passione a dorso del loro cavallo – e il tiro con l’arco, sia a piedi che a cavallo. Il culmine della due giorni del festival di Naadam si raggiunge nelle gare di una lotta molto simile all’occidentale wrestling, in cui cinquecento uomini si battono per conquistare il titolo di Leone della Mongolia. È un tipo di lotta molto cruenta, senza regole tradizionali, con combattimenti lenti ad eliminazione diretta. Se un vincitore riesce ad aggiudicarsi almeno due titoli nazionali, viene acclamato come Titano. In passato alcune donne hanno tentato di partecipare a questa lotta, travestendosi da uomo, ma sono state scoperte e da allora si è deciso di far lottare gli atleti a torso nudo per evitare nuovi inganni.



BIBLIOGRAFIA MONGOLIA

LIBRI

Terzani T. Un indovino mi disse

Anonimo Storia segreta dei mongoli. Guanda Parma 1988

De Toffol D. Bellatalla D. Sciamanesimo e sacro tra i buriati della Mongolia. Natura Trekking LaSpezia 1997

Malatesta S. Il cammello battriano. Tea Milano 2000

Calvino Le città invisibili

Marco Polo Il milione

Ive R. Mongolia. La storia. Le storie. Bonanno Ed. Acireale. 1996

Ive R. Colleoni A. Mongolia Clup Milano 2001

Ive R. Viaggio a Olgii e oltre ed. Acireale Roma 2010

Ive R. Gobi ed. Acireale Roma 2005

Ive R. Mongolia itinerari ai confini del nulla Robin ed. Roma 2005

Jiang Rong Il totem del lupo Mondadori

Pistone F. Uomini renna EDT Torino 2004

Barzini L.jr Evasione in Mongolia. EDT Torino1997

Muhlenweg F. Segreti della Mongolia Ibis Pavia 2002

Zamboni M. In Mongolia in retromarcia. Nda press

Galsan Tschinag Il cielo azzurro. Aer

Galsan Tschinag Ventun giorni

Man J. Gengis Khan.Alla conquista dell’impero più vasto del mondo. Mondadori

Carvalho B. Mongolia. Feltrinelli

Di Gangi D. Cieli d’infinito. Ed. l’Arciere

Marshall R. Tempesta dall’est ed. Neri Pozza

Stewart S. L’impero di Gengis Khan

Meridiani Mongolia


ARTICOLI

Taquet Philippe Viaggi nel tempo e nello spazio sulle tracce dei dinosauri

Ligabue Giancarlo Gli antichi draghi del deserto dei Gobi


DOCUMENTARI

Byambasuren Davaa La storia del cammello che piange

Byambasuren Davaa Il cane giallo della Mongolia

Gengis Khan I due cavalli


FILM

Urga. Nikita Mikhalkov

Dersu Uzala. Akira Kurosawa

Mongol Sergej Bodrov


FESTIVAL

Festival delle aquile febbraio e ottobre

Festival del ghiaccio dicembre-gennaio